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Flashback

Mi sono lastricata della rettitudine degli inutili.
Delicate intenzioni da mani stolidamente protese.
Tagliuzzandomi la lingua in porzioni di buona samaritana.
Nell’attesa accucciata di una goccia di verde.
Liquidata in spiccioli crudi dall’olezzo ambiguo.
Devo smantellarmi il selciato dell’anima.

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La sconsolatezza dell’essere non dovrebbe mai opprimere chi ampiamente ha dato e preso vita e largamente s’è abbeverato ad ogni fonte dell’umano pur di non rimanere nella staticità imposta da regole definite da un ambito circoscritto di pseudo-civilità.
Senza virgole perchè sono senza respiro e tiro dritta. Tutto d’un fiato.
Perchè a conficcarmi negli schemi non sono mai stata brava e mi piacerebbe definirmi determinata, ma mi lusingherei,  senza peraltro un concreto merito.
E’ solo una realtà scioccamente caparbia quella che certi sguardi poco attenti confondono con una fermezza inesistente. E non c’è chimica che tenga in certi casi.
Se solo fossi brava, se fossi capace, se ci fosse una seppur vaga possibilità di quieta resa del mio animo, sarebbe tutto così semplice.
E invece sto a cercarmi tutti gli spigoli più appuntiti contro cui poggiare quella piccola luna di pelle morbida, proprio qui, appena sopra la trachea, nell’attesa che qualcuno dei tanti vagabondi distratti, per errore, mi dia uno spintone. In avanti.
Se urlando forte potessi farmi sentire da qui a lì, sarei capace anche di strapparmi le corde vocali.
Quanto forte dovrei urlare? Quanto forte devo urlare?

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Quando si asciugano le parole tiro una linea dritta.
Che prosegua retta, all’infinito. Ovunque sia.
Come fosse l’unica via sospesa sul vuoto di un letto inaridito.
Poco importa che io debba percorrerla sulle punte.
 Ballerina precaria sul filo di una lama.
O che finga di reggermi a un ridicolo ombrellino di carta stropicciata.
L’importante è che io non possa mai voltarmi indietro.

 

 

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Tiro punti ad ogni frase.
Per affidarmi ad una chiusa che sbarri il consenso alla mia colpa.
Ho divieti d’amare severamente eretti ad ogni accesso.
Perchè il senso unico del fluire ha imposto il rigore di un vigile munito di fischietto.
Arbitra i falli emotivi e decreta l’estraneità della ragione.
Amore? Impossibile!
Ha sentenziato il medico con lo stetoscopio di carta e il cappellino a punta.
Muta ho occultato i ritagli di cuore sotto la lingua.
Mentre l’ambulanza dolosa consigliata dall’autore di versi falsi mi trasportava nell’ospedale del silenzio.
Quando mi esamineranno dirò che ho soltanto scherzato.

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Sbriciolo finemente l’essere stata. 
Attrito di incongruenze e miraggi.
Sabbia di parole.
Mescolate a centinaia di granelli dall’identità persa. Lapidi di anonimi caduti.
Piccoli eroi sussurrati a ridosso di un muro mascherato da giglio.
Chi li sgranerà, uno ad uno, nella conta dei superstiti?
Devo sfilarmi un castello dalle labbra.

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Svendo scampoli di speranza nuovi di zecca.
Freschi di giornata e dismessi entro la mezzanotte.
Come una Cenerentola schiaffeggiata e con la zucca. Vuota.
Sono colpevole, Vostro Onore, del reato d’amore.
Con l’aggravante del sogno a colori.
Porgo i polsi incrociati.
Legateli prima che si macchino di qualche altra parola inadeguata.
Magari in luogo pubblico.
Imbrattata sui muri del disappunto o su persiane per sempre serrate.
Arrestatemi e chiudetemi in una cella. Piccola, che possa ascoltarmi il respiro.
Arrestatemi.
Prima che lo faccia il cuore.

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Mi contengo.
Legata al sapore stantio di qualche sillaba scardinata tra i vuoti a rendere.
Sono la donna a minuti.
Infittisco le pause morenti di scarabocchi vibranti.
Sciacquo la noia dai residui sottili dei tuoi giorni.
Suono le trombe squillanti del tuo Ego. Senza sordina.
Conferisco poteri illusori strisciando sotto i tuoi palmi.
Sono la donna a pacchetto.
Cucio le dita alle labbra cessandomi l’esistenza. Senza disturbare.
Mi avveleno la lingua porgendoti il necessario contrappunto.
Sono la donna stanca.

Finalmente hai capito che io non ho paura. Di niente.
Eureka? Soddisfazione? No, solo una tiepida stanchezza.
Un po’ come aver mostrato per mesi cartelli con le medesime indicazioni stradali, fino a decidere rassegnata di lasciarli a bordo strada. E poi sentirmi dire che hai scoperto un nuovo incredibile tragitto.
Chissà, forse entro i prossimi dieci anni, prima che tutto cada in prescrizione, si illuminerà qualche fantomatica lampadina che ti consentirà di scovare nel buio pesto la freccia lampeggiante che indirizza verso il punto esatto.
Ma, se la tempistica è questa, resto profondamente scettica.
Tristemente scettica.